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Veri genitori, veri figli, veri…….

 

 

 

 

 

 

Nella mia vita ho iniziato presto a sentire parlare di adozione: ero in terza elementare quando un giorno arrivò in classe una nuova compagna, era una bambina molto timida, e  si seppe subito che era appena stata adottata assieme alla sorellina da due nuovi signori che non potevano avere figli; quella parola che sentivo per la prima volta, mi riempiva di curiosità, e andavo alla ricerca di spiegazioni; sembrava strano però, nessuno parlava apertamente e tutto era avvolto in un alone di mistero. La cosa assumeva per me sempre maggiore interesse, soprattutto mi chiedevo che cosa ci fosse da nascondere; finalmente mia madre mi raccontò la storia di Nadia, così come anche lei l’aveva saputa attraverso le chiacchiere del quartiere, ma mi fece capire che era un argomento da non trattare con i miei amici e che bisognava mantenere il silenzio, per non far soffrire Nadia, poiché quelli in fondo “non erano i suoi veri genitori”. Ed io iniziavo a chiedermi cosa ci fosse mai da nascondere nel fatto che due bambine avessero trovato due “nuovi genitori”. Finchè un giorno, mentre giocavo in cortile con Nadia, corrosa da questa consegna del silenzio, che ovviamente, da perfetta bambina, non riuscivo a rispettare, a bruciapelo le chiesi: “ma e vero che quelli non sono i tuoi “veri genitori”. Ricordo ancora la sua espressione di sconcerto e sconforto, il suo segreto era stato violato. Non ricordo cosa mi rispose, ma ricordo benissimo le sgridate di mia madre, dopo che la “mamma non vera” di Nadia la fermò per chiederle spiegazioni del mio comportamento, facendole presente quanto la mia frase avesse fatto soffrire Nadia e quanto attorno alle due bambina fosse stato fatto per creare un clima di protezione, che io, con la mia frase innocente, ma evidentemente rivolta a capire, avevo in attimo messo in discussione, rendendo pubblico un fatto del tutto privato.

Fui evidentemente giudicata una “bambina cattiva” e questo giudizio mi rimase a lungo come vissuto di grande mortificazione, che cercai di colmare avvicinandomi il più possibile a Nadia, come amica.

Nadia aveva un “cugino non vero”, un altro ragazzino più o meno della sua età che era stato adottato da altri due “genitori non veri”, Claudio era un ragazzo un po’ strano, a volte diceva o faceva cose un po’ bizzarre, anche lui come Nadia non andava affatto bene a scuola e questo  accresceva la curiosità e le chiacchiere dei “veri genitori” nei loro confronti. I “veri figli” non giocavano volentieri con loro, e spesso li vedevo soli.

 

Alcuni anni dopo, ero alla scuola media, mia madre mi disse che una vicina di casa, il giorno prima era tornata a casa con una bimba di pochi mesi, avvolta in un cappottone rosa;  Gioia non era “la sua figlia vera”, lei ed il marito, non potevano avere “figli propri”e dopo tanti tentativi falliti, erano andati alla Pietà di Venezia, un istituto dove venivano abbandonati i bambini dalla madri che non potevano tenerli, e “avevano scelto” proprio lei, così bella con i suoi occhi e capelli scurissimi.

A Gioia mi avvicinai con la stessa curiosità che mi aveva colpito nel passato, ma con molto più empatia; d’altro canto era così piccola e bella, e l’idea che una donna avesse potuto abbandonare un esserino così indifeso, mi ispirava un forte sentimento di protezione. Così con il permesso di mia madre e della “mamma non vera” di Gioia, spesso mi offrivo di portarla a passeggio con la carrozzina, immaginandomi nel ruolo di  sorella maggiore.

 

In quegli stessi anni mi affacciavo all’adolescenza e qualche problema di salute fisica, tipica dell’età dello sviluppo, mi proiettò con sempre maggiore insistenza nel vortice degli accertamenti sanitari.

In quegli anni iniziò a farsi spazio nella mia mente l’idea che forse nel mio futuro non sarebbe stato così facile “diventare madre vera”; nessun medico me lo ha mai detto apertamente, anzi continuavano a dirmi che se avessi avuto un figlio i miei problemi si sarebbero risolti.

Io comunque continuavo a vivere la mia vita di studentessa, concludendo gli studi universitari, e poi entrando nel mondo del lavoro; ma il pensiero continuava a crescere dentro di me: un giorno forse mi sarei potuta trovare nella situazione di diventare “madre non vera” di un “figlio non vero”.

 

Così un giorno incontrai Giuseppe, lavoravamo assieme e, piano piano, il nostro rapporto si trasformò da semplici colleghi a “qualcosa di più”. Non passò molto tempo che un pomeriggio d’inverno, davanti ad una tazza di cioccolata calda, gli chiesi cosa pensasse dell’adozione e dell’idea di adottare un figlio nel caso in cui non avessimo potuto “averne di nostri” . La sua risposta fu perfetta! Era proprio ciò che avrei voluto sentirmi dire: Giuseppe era disponibile e aperto all’adozione.

Da quella volta ne riparlammo spesso “lavorando molto di fantasia” su come in realtà avrebbe potuto essere.

 

Dopo pochi mesi dal matrimonio, e visto che “nonostante il nostro impegno” non accadeva nulla, iniziammo a fare degli accertamenti sanitari, per capire quale fosse il problema; risultò che non si trattava di cosa grave ma che per agire una gravidanza naturale bisognava avviarsi nel lungo e doloroso percorso della “fecondazione assistita”, senza che i medici potessero fornirci garanzie circa il risultato.

Ci guardammo negli occhi e decidemmo, senza bisogno di tante discussioni,  e spiegazioni, che non avremmo percorso quella strada, perché il nostro percorso era un altro: l’adozione!!!

E così dopo aver atteso che passassero i tre famosi anni di matrimonio, previsti dalla legge, presentammo la domanda in Tribunale per i Minorenni ed iniziammo un altro cammino, certamente non meno faticoso di quello che avevamo scartato, ma che comunque ci vedeva molto più motivati e decisi.

Iniziammo la trafila della preparazione dei  plichi di documenti, dei colloqui con assistente sociale e psicologa e giudice onorario… ci rivoltarono tutti come due calzini, ma non ci siamo mai scoraggiati e abbiamo proseguito il nostro cammino in salita con grande determinazione.

E fummo premiati dopo due anni di attesa, da un bel decreto che ci giudicava “idonei a fare i genitori”, finalmente avevamo la patente di genitori; a quel punto la domanda ci è sorta spontanea: ma  c’è qualcuno che da la patente di genitori ai “genitori veri”.

La cosa aveva poca importanza, il primo traguardo per noi era stato raggiunto, ora potevamo passare alla fase successiva: “metterci in caccia” di un bambino che fosse senza “genitori veri” e  che avesse bisogno di due “genitori non veri” che però avevano dentro di loro tanto amore e tanto vuoto da colmare.

E si, diciamolo, noi eravamo proprio vuoti dentro e avevamo bisogno di un figlio, per cui si, il nostro spirito di solidarietà, che ci motivava a dare una famiglia ad un bambino abbandonato, era forte, ma sicuramente il bisogno di un “figlio nostro” che ci aiutasse a fare famiglia, era altrettanto forte.

 

Così contattammo un Ente Autorizzato di Roma, che aveva il compito di aiutarci a trovare il bambino/a che potesse avere bisogno di due genitori come noi.

E ricominciarono i colloqui con un'altra assistente sociale, che ci aiutò a pensare ancora alla nostra decisione, a fare chiarezza dentro di noi come singole individualità, come coppia e poi ad immaginarci come genitori.

E passarono alcuni mesi ancora, e poi finalmente ci proposero di inserirci nelle liste di attesa per la Colombia, un Paese da anni attraversato da lotte intestine…….. e dove numerose sono le situazioni di bambini abbandonati dalla famiglie, per farli sfuggire alla povertà dilagante.

A dire la verità, noi avevamo sempre immaginato un bimbo dagli occhi a mandorla, della Colombia sapevamo quasi niente ma, dopo una breve riflessione, accettammo e iniziammo l’attesa dell’abbinamento con una bambino di origine colombiana.

Questo fu il periodo più lungo e faticoso; passarono due anni prima che fossimo chiamati dalle competenti autorità colombiane, per conoscere quello che secondo loro sarebbe potuto diventare nostro figlio.

Furono due anni duri, anche per la totale assenza di informazione circa lo stato della nostra domanda; silenzio, silenzio più assoluto; dalla Colombia nessun cenno e a nulla servivano i nostri tentativi di avere notizie, attraverso brevi telefonate intercontinentali, fatte nel cuore della notte, vista la differenza di fuso orario.

 

Ricordo ancora il giorno della telefonata; tornavo a casa dal lavoro durante la pausa pranzo e trovai la luce della segreteria telefonica che lampeggiava. Ascoltai il messaggio dell’assistente sociale dell’Ente Autorizzato, che mi diceva di mettermi in contatto al più presto per informazioni urgenti. Iniziai a tremare come una foglia, mi dovetti sedere alla scrivania, ma prima, ebbi la lucidità di procurarmi foglio e penna, magari avessi avuto bisogno di scrivere. Composi a fatica il numero di telefono e l’assistente sociale rispose subito, con una bella voce squillante mi invitò a sedermi su una sedia, prima di darmi la tanto attesa notizia: era arrivata la documentazione dalla Colombia, si trattava di un bambino, un maschietto di 2 anni e mezzo, ed iniziò a tradurmi le informazioni scritte in spagnolo, sulla breve storia di quello che io, mentre il tempo breve di una telefonata trascorreva, già consideravo mio figlio.

Il mio tremore aumentava sempre di più al punto da impedirmi di proseguire a scrivere, fino a quando  verso la conclusione della telefonata, mi resi conto che tra tutte le informazioni  ricevute, me ne mancava una di molto importante: mi mancava il suo nome e così chiesi: “ma mi dice come si chiama?” e l’assistente sociale, scusandosi rispose “ Armando”. Quel nome mi colse di sorpresa, noi  nei nostri voli pindarici, avevamo immaginato Pedro, piuttosto che Juan, piuttosto che Josè…., ma Armando non è un nome comune tra i bambini italiani…. Ma lui è nato in Colombia.

 

Telefonai immediatamente a Giuseppe, che era in ufficio e, dopo averlo invitato a sedersi, gli diedi la notizia: “stai per diventare papà!!!” Giuseppe ammutolì e fu capace di rispondere solo con un “non è possibile, stai scherzando!!!”

 

Dopo alcuni giorni, era sabato, arrivò via posta il plico contenente i documenti di Armando e la sua foto; finalmente potevamo vederlo e quindi passare in un secondo dall’immaginario alla realtà; finalmente potevano “conoscere nostro figlio”.

 

Quella sera stessa iniziammo le febbrili telefonate in Colombia, per capire come avremmo dovuto attivarci per organizzare il viaggio, dove avremmo trovato alloggio, quali documenti avremmo dovuto ulteriormente predisporre.

Il martedì ero già in agenzia viaggi per prenotare i voli aerei; ci volle una mattina intera per far coincidere i tempi di permanenza necessari con i voli disponibili; per altro capitavamo in pieno luglio, e trovare posto per due persone in andate e tre al ritorno non era cosa semplice. Ma trovammo un’impiegata molto disponibile che comprese il mio stato emotivo e si lasciò coinvolgere dal mio entusiasmo, con qualche punta di commozione.

 

Proseguirono i preparativi tra telefonate, documenti, visti al consolato di Milano, dove per altro rimanemmo una giornata intera ad aspettare, seduti in una sala d’attesa angusta, assieme ad altre coppie adottive e ad altri cittadini colombiani, a guardare la bandiera, imparandone a memoria i colori.

Non potevamo immaginare che imparare i colori della bandiera colombiana ci sarebbe tornato assai utile durante l’incontro di conoscenza di Armando, avuto con la Difensora, che nel  terzo grado a cui ci sottopose allo scopo di capire cosa sapessimo del Paese di nostro figlio, ci chiese proprio quali fossero i colori della bandiera colombiana. E noi naturalmente rispondemmo in un lampo, non poteva essere altrimenti.

 

Dopo circa venti giorni partimmo, non vi descrivo il nostro stato d’animo nel viaggio, durato tra uno scalo e l’altro, circa 23 ore.

Ad accoglierci nel residence, organizzato appositamente per le famiglie adottive, trovammo una coppia di Padova, che stava adottando due fratellini ed era alle fasi conclusive che precedevano il rientro  in Italia. Furono molto solidali ed accoglienti con noi e ci seppero sostenere con grande affetto; siamo rimasti amici così come i nostri figli.

 

E finalmente venne il giorno dell’incontro; erano tre notti che non dormivamo per l’emozione; dopo 4 anni di attesa il grande momento era arrivato!!!

Incontrammo Armando negli uffici dei Servizi Sociali colombiani a Medellin, l’ambiente era piuttosto squallido, e sicuramente non facilitava la relazione .

Ad un certo punto lo vidi arrivare, era proprio come nella foto, saliva le scale in braccio ad una signora; era piccolo, silenzioso e dava l’impressione di essere timidamente in attesa di ciò che la sorte gli stava riservando.

Io sentivo le lacrime scendermi dal viso, non riuscivo a fermarle, chiamai immediatamente Giuseppe, che come al solito si stava occupando delle innumerevoli questioni burocratiche, parlando con assistente sociale, avvocato, difensora…. E prendendolo per un braccio gli dissi: eccolo è arrivato!!!

Ci invitarono a sederci attorno ad un tavolo rotondo e poi la signora mise Armando in braccio a Giuseppe, gli fece una carezza sulla testolina e se ne andò. Da quel momento era nostro, almeno emotivamente! Perché fosse nostro anche di fronte alla legge colombiana, avremmo dovuto attendere ancora qualche giorno, in cui predisporre altri documenti. Grazie all’aiuto della nostra avvocato, che ci faceva anche da interprete e che ci è stata affettuosamente vicina per tutti i 21 giorni di permanenza, la sentenza del giudice è stata emessa in circa 10 giorni, tempi veramente rapidi considerata la proverbiale calma dei sudamericani.

 

Furono 21 giorni molto intensi sia emotivamente che organizzativamente, Armando, dopo qualche ora in cui cercò di sedurci, facendo il bravo, ci mise subito alla prova per capire quanto noi ci sentissimo suoi “genitori veri”; d’altro canto noi non esitammo a calarci nella nostra parte: avevamo iniziato ad amarlo fin dal momento della telefonata dell’assistente sociale, passando per il momento dell’incontro con la sua fotografia, per poi arrivare al momento dell’incontro vero.

Era nostro “vero figlio” e noi i suoi “ veri genitori”, non c’era alcun dubbio allora e non c’è alcun dubbio nemmeno oggi.

 

 

 

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